La consapevolezza della patatina
Eravamo qualche amico al pub e si parlava con alcuni di questioni di spiritualità, meditazione e consapevolezza. Serata stimolante, devo dire, anche per le riflessioni successive alle quali ha portato. Come spesso accade quando si esce la sera, la discussione è stata accompagnata da birra e qualcosa da mangiare. Per noi patatine fritte, grazie.
Riparlandone recentemente con un amico che era presente alla discussione si è detto: ”bisognerebbe mangiare le patatine fritte con consapevolezza”. D’altra parte è soltanto la perifrasi di quello che ci dicono quelli che meditano, mica ci siamo inventati nulla. Loro consumano i loro pasti in modo consapevole.
Mangiare le patatine fritte in consapevolezza significa che dentro a ogni boccone “ha dentro un mondo che ha dentro un mondo”, come direbbe Jovanotti. Dedicando la massima concentrazione a ogni morso significa che la patatina diventa parte di noi e noi parte di essa, diveniamo un tuttuno con la patata. Questa è piccola, questa è grassoccia e unta, questa è un po’ bruciacchiata, quest’altra è schiacciata sul lato.
Si potrebbe obbiettare: parli di zen e poi fai categorie… ma non so se sarebbe un’obbiezione corretta. Diciamo che cerco di amare tutte le patate allo stesso modo e accettarle come sono.
A ogni modo…
Vivendo ogni patatina al massimo potremo essere in grado di dire quante ne abbiamo mangiate e quali caratteristiche aveva ciascuna. Sarebbe un bel modo di praticare la meditazione!
Poi ho riflettuto sul fatto che a parte la location, un pub, che ovviamente propone distrazioni di suo, quello che sento minerebbe la mia concentrazione è che queste benedette patatine le spizzicugliamo mentre in realtà si parla tra di noi. Come è possibile mantenere la nostra totale concentrazione sull’atto di cibarsi della patata quando intanto dobbiamo anche parlare?
Il parlare è un’attività che per me è complessa e difficile. Per parlare devi pensare e questo richiede un certo sforzo. Non prescinde il ragionamento. L’interazione con uno o più altri esseri umani prevede l’uso del linguaggio del corpo e l’empatia. Lo stesso e forse peggio è l’ascoltare.
Quindi penso che questa bella frittura di tuberi la si dovrebbe mangiare in silenzio, perché ci possa essere consapevolezza. I monaci, siano zen che benedettini, consumano infatti i pasti senza parlare.
È veramente così? Non ci può essere consapevolezza totale senza silenzio? O è una questione di allenamento? Sarebbe possibile fare le due cose insieme: mangiare in consapevolezza e parlare / ascoltare? Si può immaginare di fare uno “switch di contesto” e alternare la propria attenzione dalla patata alla persona e viceversa?
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