Lo stile Fujimoto

Durante le festività natalizie e per l’anno nuovo, i corsi sono spesso sospesi e le palestre chiuse. E chi ha voglia di fare un po’ di Aikido? Per non impormi uno stop di due settimane ho deciso di partecipare allo stage organizzato dall’Aikikai Milano e diretto dal Maestro Yoji Fujimoto.

È stato interessante e ha offerto molto spunti di riflessione, anche se ho partecipato per solo tre giorni rispetto ai cinque previsti. Ma anche così, due ore la mattina e due al pomeriggio, il fisico l’ha sentito!

Seguire lo stage del maestro mi ha dato lo spunto per approfondire lo stile che pratichiamo nella nostra palestra, ricercandone conferma nelle documentazioni filmate e stampate a disposizione. Lo spunto è venuto proprio dal confronto del nostro modo di fare Aikido con quello del maestro Fujimoto.

Neri e bianchi

Per prima cosa chiariamo un punto. Per esigenze organizzative e di spazio i praticanti sono stati suddivisi subito tra cinture nere e bianche. Le prime hanno praticato nel turno A, mentre i secondi nel turno B. Questo mi ha un po’ deluso, perchè noi siamo abituati a imparare dai sempai (compagni anziani), praticando quindi tutti insieme. Capisco però che questo modo di dividere i praticanti possa essere funzionale a una pratica tecnicamente più evoluta, quella delle cinture nere. Ma d’altra parte priva queste ultime del contatto con i principianti, che può essere sempre uno spunto per affrontare il proprio ego, oltre che un modo per tornare alle basi. D’altra parte, ci sono sempre gli stage (del maestro Fujimoto) dedicati ai soli yudansha (cintura nera). Le bianche, prive del supporto dei colleghi più esperti, devono invece impegnarsi di più e stare più attenti, perchè non c’è qualcuno che ti aiuta passo passo. Quello che impari lo devi scoprire da te (tra l’altro questo approccio potrebbe spingere il proprio ego, dato che quello che si conquista a fatica viene percepito come più prezioso e quindi si fatica di più a condividere con gli altri, ma è una mia riflessione estemporanea).

Lo stile

Ma la cosa che mi ha colpito maggiormente, nel vedere il maestro dimostrare le tecniche e nel provare io stesso a imitarle, è la differenza con lo stile a cui sono abituato, che poi è quello del Maestro Tada e di moltissimi altri praticanti, incluso Aikikai USA (grazie Aikido 3D).

Non ho fatto uno studio approfondito, e ricordo al lettore che la mia comprensione avviene dal basso di solo 3 anni e mezzo di pratica, ma ecco cosa ho notato:

  • tenkan. Siamo abituati a fare tenkan eseguendo una rotazione verso il basso della mano avanzata. Questo aspetto si trova molto ben descritto da più fonti e anche in questo libro di Kisshomaru Ueshiba. Non ho colto, ma sembra che il maestro Fujimoto enfatizzi più un movimento orizzontale che verticale, ma potrei aver visto male.
  • le mani. Durante tenkan, ma anche nel fare tecniche di varia natura, siamo abituati ad avere l’energia sulla punta delle dita. Noto invece che il maestro tiene le dita un po’ chiuse verso il palmo. In alcune tecniche ushiro (da dietro) sembra muoversi con tutto il corpo, le spalle e le braccia, invece che con la punta delle dita. È ovvio che questo non significhi, in nessuno dei due approcci, che le mani alla fine sono collegate con il tanden. Ma la sensazione è molto diversa. Questo perchè una mano aperta, in primo luogo è un mudra: le dita sono antenne che percepiscono il ki del compagno (si legga sempre Kisshomaru Ueshiba). È poi una mano aperta può contenere tutto l’universo, mentre una chiusa no. È una questione di approccio mentale, di sensazione che ti dà una postura rispetto a un’altra.
  • shiho nage (1). La prioezione nelle quattro direzioni viene proposta dal maestro, durante lo stage, con un paio di particolari che mi hanno colpito. Per prima cosa, in molte variazioni della tecnica (presa alla mano, gomito, spalla), non ricordo se in tutte, non solo una mano esegue una piccola rotazione del polso dell’uke, come siamo abituati a fare, ma, attenzione attenzione, l’altra mano va a prendere il gomito di uke. Questo agevola tutta la seconda fase della tecnica, che comporta la rotazione del proprio corpo con un kaiten e il far passare il braccio di uke sulla propria testa. Mi sembra che questo approccio semplifichi la tecnica, ma alleni una forma che non è quella che trova riscontro nella documentazione disponibile. Mi chiedo se le cinture nere usano anche loro questa forma o a un certo momento si viene passati a quella definitiva, che prevede una presa solo sulla mano ma un contatto di braccio contro braccio.
  • shiho nage (2). Un altro aspetto “diverso” è il comportamento di uke durante la tecnica. Gli viene richiesto infatti di eseguire tenkan dopo che tori ha preso e iniziato il movimento. Non è che non si faccia anche noi, ma nel nostro caso è una reazione naturale a seguito di un movimento dinamico di tori. Cioè, se tori è ancora fermo, non è che faccio tenkan per trovarmi già nella posizione per cui lui mi possa proiettare. Deve guadagnarsela un po’ questa proiezione! Ma la cosa che mi ha un po’ sconcertato è la spiegazione data da un compagno di pratica (non so chi sia il suo maestro e da che parte dell’Italia arrivi): se rimani davanti a tori, questi ti potrebbe dare un calcione, quindi la reazione che dovresti avere è uscire dalla sua linea di attacco. ??? Ferma tutto: ma Aikido non “significa andare incontro ad una forza ostile avvolgendola in un abbraccio e annullandola col nostro amore“? Nella “mimica” aikidoistica uke è il “cattivo” che attacca e “tori” è il buono che si difende e che avvolge uke con il suo amore. Quindi, perchè chi fa la tecnica dovrebbe mai dare un calcione a uke? Questa spiegazione non sovverte completamente il messaggio ultimo di questa disciplina, che è poi l’oggetto della pratica superiore della stessa?
  • tenchi nage. L’osservazione finale è in merito alla proiezione cielo-terra. È una banalità, molto probabilmente legata al sovraffollamento del dojo (ma c’è sempre la possibilità di praticare in gruppi), ed è la seguente. Come noto, in questa prioezione una mano va a terra e l’altra al cielo, ma poi esegue una rotazione della mano verso l’interno mentre il braccio va ad appoggiarsi sul collo di uke. Lo sbilanciamento prodotto da questi due fattori proietta indietro il compagno. Quest’ultimo braccio poi rimane ampio, ad abbracciare l’universo. Il maestro ha invece chiesto di chiuderlo sulla schiena di uke. Questo ti permette di controllarne la discesa, ma ancora una volta la forma cambia. Cambia anche la sensazione dei praticanti, che si sentono uniti fino a che uke scende per terra. Inoltre alleni in modo inesatto la rotazione della mano alta, perchè tendi a non farla per poter appoggiare il palmo sulla schiena di uke.

Ecco. Questo è quello che ho notato e che mi è rimasto più impresso. Magari con il tempo salterà fuori dell’altro. Per le note di colore (eventuali) rimando a prossimi articoli.


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